Quando il problema non è il filtro, ma mamma e papà

Poi ci raccontiamo la favola che servono controlli più severi, regole più rigide, sistemi più intelligenti. Peccato che spesso il primo a rendere tutto inutile sia proprio il genitore modello, quello che a parole “bisogna proteggere i minori”, ma poi prende il telefono, mette la propria data di nascita al posto di quella del figlio e schiaccia conferma con la stessa serenità con cui ordina il caffè. Due secondi, filtro saltato, problema creato in casa. Però no, la colpa è sempre del sistema che “non funziona”.

E del resto parliamo degli stessi adulti che piazzano un bambino di due o tre anni davanti allo schermo così “sta buono”, “non piange”, “mi lascia in pace un attimo”. Traduzione: invece di fare il genitore, si parcheggia il figlio davanti al telefono e si chiama comodità. Poi, quando quel bambino cresce dentro schermi, contenuti e abitudini che non dovrebbe nemmeno sfiorare, parte il solito teatro: allarme sociale, indignazione, colpa delle piattaforme, colpa di internet, colpa del mondo. Mai, per sbaglio, colpa di chi il telefono glielo ha messo in mano per primo.

La verità è molto meno elegante ma molto più semplice: nessun filtro potrà mai proteggere un minore se l’adulto che dovrebbe proteggerlo si comporta come il primo a sabotare tutto.